
Prefazione
Dopo l’inaspettato successo del suo primo romanzo “Mare Nostrum. Libertà violata” per l’edizione Kimerik, dedicato ad un grande tema sociale – il rapimento di giovani donne e bambini per sordidi fini sessuali da parte di uomini senza scrupoli – Giulio Buonanno pubblica il suo secondo romanzo
“La terza impronta. Operazione Bilancia” dove si avverte la crescita di una nuova e più attuale sensibilità verso tematiche ritenute prioritarie, come l’ascolto di tutte quelle persone che soffrono per la perdita di un loro familiare e vedono impuniti o non condannati ad una giusta pena gli efferati protagonisti dei crimini. L’autore vuole denunciare le carenze del nostro sistema giuridico e l’ineguaglianza tra il dolore di chi resta e la pena di chi, pur restando in carcere, è circondato dalle premure di chi lo vuole redimere come sacerdoti, suore, volontari, psicologi e, spesso, finendo sulle prime pagine dei giornali, riesce anche ad ottenere una particolare fama noir ed insperate prospettive economiche rilasciando interviste guidate e memoriali deliranti. Sono proprio certi atteggiamenti troppo garantisti verso i colpevoli che spingono spesso i familiari delle vittime a farsi giustizia dasé. È un romanzo che vuole affermare il diritto più sacro ed inviolabile della persona: il diritto alla vita.
La storia prende l’abbrivio da una domenica di sole di inizio estate in cui tre amiche Francesca, Daria e Fabiola decidono di andare al mare al Lido di Ostia e diventano involontarie protagoniste di un giallo, dove niente è come sembra. In mezzo ad una folla di bagnanti queste tre donne, che l’autore descrive come “tre magnifiche ragazze che avrebbero potuto partecipare a qualsiasi concorso di bellezza, si dispongono sui teli per prendere il sole e si spalmano di crema protettiva, ma poco distante, su una sedia sdraio, c’è un giovane che legge una rivista, ma il suo aspetto è nevrotico per il ripudio e la separazione dalla sfera della sua madre naturale: è stato adottato … Il filo rosso che lega il racconto è la ricerca dell’assassino prima di Daria e poi di una seconda ragazza, non solo uccise, ma anche mutilate dei seni. Nonostante Giulio Buonanno possegga un’ottima cultura, preferisce scrivere in maniera semplice ed essenziale, usando pochi aggettivi in un verismo di luoghi, di tempi e di atmosfere. La narrazione è tutta dedicata all’azione per la cattura dell’omicida in un inseguimento che si sposta da una parte all’altra della penisola e della Sardegna con dovizia di mezzi e di occasioni. Il narratore, come è suo compito per rendere avvincente la storia, narra le vicende che si sviluppano sul fronte dell’inseguito e gli inseguitori con avvenimenti che si accordano ai caratteri dei personaggi con invenzioni continue ed avvincenti che mettono la storia a disposizione di ogni tipo di lettore. Gli avvenimenti sono lineari, ma non mancano colpi di scena dovuti ai comportamenti di alcuni giudici corrotti e a quelli deliberatamente pericolosi di altri personaggi dell’alta finanza. È un autentico giallo, perché la resa dei conti avverrà solamente nell’ultima pagina e in cui non bisogna mai perdere di vista indizi ed annotazioni che acquistano la loro importanza soltanto col trascorrere degli avvenimenti svelando i caratteri, le colpe e anche un amore delicato e forte in un racconto intricato con complicazioni e sensi di colpa che scaturiscono da oscuri conflitti familiari. Sembra di assistere all’azione di un film e di vedere attraverso immagini nitide ed avvincenti create dalle parole dell’autore, lo svolgersi delle varie fasi del racconto.
Libri come questo possono contribuire a sollecitare il Governo allo sviluppo di riforme legislative che portino all’attuazione di una giustizia più giusta.
Dott.ssa Anna Iozzino
storica e critica d’arte
Nota introduttiva dell’autore
Le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere
questo libro sono tante, ma mi limiterò a descriverne
alcune. Negli ultimi anni abbiamo assistito a molteplici
delitti efferati che hanno avuto come protagonisti
persone provenienti da diverse estrazioni sociali
e che il più delle volte, agli occhi dell’opinione
pubblica, non hanno scontato e non sconteranno
mai una giusta condanna.
L’eccessivo garantismo sembra, infatti, venire
applicato anziché verso quelli che hanno subito do-
lore, solo nei riguardi di coloro che lo hanno provocato,
a tal punto che a volte questi ultimi traggono
guadagno dalle loro atrocità. In questo contesto la
magistratura, spesso esageratamente lenta, non fa
che diffondere l’idea di una giustizia “ingiusta”.
La spettacolarizzazione di alcuni processi, con
affermazioni a volte al limite del delirio, di presunti
esperti che non conoscono a fondo il lavoro svolto
dagli investigatori, è sempre più spesso il fulcro di
trasmissioni che tendono solo ad aumentare l’indice
di ascolto.
Tali comportamenti dei mass media e dei loro
opinionisti destabilizzano ulteriormente l’immagine
della giustizia e dell’operato degli investigatori.
Infine, le fughe di notizie provenienti dagli uffici
giudiziari contribuiscono a dare il colpo fi nale a
quella sensazione, ormai diffusa nella nostra società,
dell’inefficienza della giustizia. Tutto questo potrebbe
far precipitare la situazione fino a indurre il
cittadino a farsi giustizia da solo.
Mentre scrivo questa prefazione, avviandomi alla
sua conclusione, sento dalla radio la notizia di alcuni
commercianti che hanno reagito energicamente
all’invadenza della micro criminalità, senza aspettare
l’intervento delle forze dell’ordine.
Rimarrà solo un caso isolato o l’inizio di una fase
nella quale il cittadino, nel tentativo di proteggere
i suoi beni e soprattutto la sua persona, scende in
campo per farsi giustizia da solo?
L’Autore
LA TERZA IMPRONTA – Operazione Bilancia
Di Giulio BUONANNO http://www.buonannogiulio.altervista.org
Domenica – Primo giorno – Mattino
‹‹È proprio tempo di andare al mare!›› esclamò
Francesca rivolgendosi alle sue amiche Daria e Fabiola.
‹‹È vero… davvero una bellissima giornata
oggi… non vedo l’ora di fare una bella nuotata›› replicò
Daria.
‹‹Sono d’accordo con voi… questa prima domenica
d’estate si preannuncia piena di sole›› disse
Fabiola, mentre sistemava le borse nel cofano della
sua auto.
Tre ragazze che, come tanti altri giovani, si apprestavano
a partire per il mare in quel primo week-end
di inizio estate. Dopo un lungo inverno piovoso, che
si era prolungato sino a metà luglio, quella giornata
fu salutata come una manna caduta dal cielo.
Anche gli esperti di meteorologia, nei telegiornali
del sabato sera, avevano preannunziato e salutato
quella terza domenica di luglio come l’inizio di
un periodo di tempo sereno con temperature che
avrebbero invitato a recarsi in vacanza.
Quel giorno, sin dalle prime ore del mattino, file
di auto, moto, caravan e altri mezzi pieni di vacanzieri,
ingolfavano le strade che portavano fuori dai
grandi centri abitati. Particolarmente trafficate erano
le strade che conducevano al mare. Anche le tre
ragazze, partite da Roma per recarsi al Lido di Ostia,
stavano in coda sulla Via Del Mare. Quella giornata
però avrebbe segnato l’inizio di avvenimenti raccapriccianti
che avrebbero scosso profondamente la
tranquillità di quella stagione appena iniziata. Anche
una delle tre ragazze sarebbe stata vittima di quella
infausta giornata.
“Per quanto mi riguarda mi è indifferente chi delle tre
non farà ritorno a casa poiché, così come la morte sceglie le
sue vittime a caso, anch’io, in qualità di autore, sceglierò a
caso. Sono le circostanze, i comportamenti, le abitudini e le
passioni di ciascun individuo ad attirare la morte. Abitudini
che la indirizzano verso questa o quella persona”.
Il serpentone di auto avanzava lentamente verso
l’ambita meta e le ragazze, parte integrante di quella
lunghissima fila di autoveicoli, canticchiavano in
coro le canzoni che venivano trasmesse per radio.
Piccoli sciami di motorini avanzavano zigzagando
e, ammucchiandosi ai semafori, formavano
grossi sciami. Allo scattare del verde nubi di gas di
scarico, dalle diverse tonalità di grigio, si alzavano
dall’asfalto formando, ogni volta, una nube acre e
spessa che, per alcuni secondi, toglieva visibilità alle
auto che seguivano.
Una inutile accelerata veniva effettuata anche da
coloro che guidavano le auto, inutile poiché, dopo
appena venti metri, una brusca frenata li faceva rallentare
per proseguire a passo d’uomo.
All’incrocio con la località di Acilia, una coppia
di ragazzi su un motorino, sfidando le leggi di gravità,
la resistenza meccanica dei componenti della
moto e sopravvalutando la propria abilità di guidatori,
effettuarono una manovra azzardata che li fece
scontrare con un’auto proveniente dalla direzione
opposta.
I due ragazzi vennero sbalzati a circa venti metri
di distanza. Nell’incidente la ragazza morì per il
violento impatto al suolo e perché non indossava il
casco. Il ragazzo rimase a terra paralizzato per lesioni
alla colonna vertebrale.
Per circa due ore Francesca, Daria e Fabiola rimasero
bloccate insieme ai tantissimi vacanzieri a
quell’incrocio.
Assistettero a tutte le fasi dell’incidente: dall’impatto
al soccorso del ragazzo, al rilievo dei carabinieri,
alla rimozione del corpo della ragazza ed infine
alla rimozione dei mezzi.
Verso le dieci, nello stesso momento in cui un
fringuello a volo radente attraversava la sede stradale
mancando di alcuni millimetri l’auto con a bordo
le tre ragazze, uno dei carabinieri diede il via e le
auto ripartirono nei due sensi di marcia.
Come leoni in gabbia i motori delle auto e delle
moto ripresero a ruggire e, come se non fosse successo
niente, incominciò una pazza corsa. Le due
ore di sosta obbligata avevano svuotato la carreggiata
e le moto insieme alle auto si sfi davano nelle
accelerazioni.
Le tre ragazze ebbero paura quando furono sorpassate
a sinistra da due motorini e a destra da una
Ferrari.
Per un attimo l’auto delle ragazze sbandò; l’inaspettato
sorpasso a destra colse di sorpresa Fabiola
che imprecò contro il conducente della Ferrari:
‹‹Stronzo testa di cazzo!››.
‹‹Mortacci tua!›› urlò Daria.
‹‹Bastardo!›› esclamò Francesca.
‹‹Più sono ricchi e più sono stronzi… devono affermare
in ogni circostanza la loro arroganza…››
Fabiola venne interrotta da Francesca che disse:
‹‹Ora stai calma e lascialo perdere… tanto prima
o poi, se continua a guidare così, leggeremo il suo
nome su qualche giornale››.
‹‹È vero! Quelli sono i buffoni della domenica
che vanno in giro per mettersi in mostra e che prima
o poi fanno i conti con la loro stupidità›› aggiunse
Daria.
‹‹Avete ragione tutte e due. È meglio se resto calma…
abbiamo ancora mezz’ora di viaggio da fare››
disse Fabiola.
Le tre ragazze ripresero a canticchiare mentre
proseguivano la marcia verso Ostia. All’improvviso
si zittirono, con gli occhi sgranati guardarono verso
destra e riconobbero quella Ferrari che, poco prima,
le aveva sorpassate a destra e che ora stava nella cunetta
ai bordi della strada.
Le ragazze si guardarono in viso incredule. Poi,
mentre superavano lo sventurato, Francesca si sporse
dal finestrino e, guardando verso l’uomo in piedi
davanti all’auto nel tentativo di telefonare, gli fece
un gesto inequivocabile con la mano destra e subito
dopo scoppiò a ridere.
Anche Fabiola e Daria risero.
‹‹Francesca! Gliel’hai proprio tirata!›› esclamò
Daria.
‹‹Non sapevo che avessi certi poteri›› disse Fabiola.
‹‹Non crederete mica che io sia una iettatrice?››
‹‹Nooo?!›› risposero, quasi simultaneamente, le
due amiche.
Francesca si soffermò a guardarle e, notando che
si trattenevano per non scoppiare a ridere, esclamò:
‹‹Smettetela! Per favore mettetemi un altro soprannome,
ma questo no, altrimenti finisco di campare››.
Fabiola e Daria si guardarono per qualche istante
negli occhi, poi scoppiarono a ridere e così fece
anche Francesca.
Le tre ragazze, punzecchiandosi a vicenda e cercando
ognuna i piccoli difetti dell’altra, percorsero
l’ultimo tratto allegramente.
Quegli ultimi quindici minuti di viaggio furono
un continuo ridere e scherzare.
Finalmente giunsero a Ostia, percorsero la litoranea
per pochi minuti e parcheggiarono di fronte allo
stabilimento balneare Kursaal.
Erano le 10.45 quando varcarono l’ingresso del-
lo stabilimento e dopo dieci minuti stavano già cambiandosi
nella cabina numero 15.
Dopo altri dieci minuti, da quel piccolo locale,
uscirono tre giovani sirene. Fabiola aveva indossato
un due pezzi mozzafiato di colore celeste reale
che contrastava efficacemente con il rosso dei suoi
capelli.
Capelli che aveva raccolto dietro la nuca con
un nastrino celeste e che arrivavano sino alle spalle.
Francesca, invece, indossava un costume intero
dalle calde tinte tropicali, con piccole variazioni
cromatiche, che esaltavano le forme del suo corpo
perfetto.
I capelli neri e corti mettevano in risalto il suo
viso e i grandi occhi neri. Daria, bionda naturale,
aveva i capelli sciolti che le superavano le spalle, occhi
azzurri e indossava un bikini bianco.
Tre magnifiche ragazze che avrebbero potuto benissimo partecipare
a qualsiasi concorso di bellezza. Più volte
amici in comune avevano suggerito loro di iscriversi
a qualche concorso, ma loro preferivano cose più
concrete. Fabiola studiava per laurearsi in economia
aziendale, Daria frequentava il corso di laurea di
medicina e Francesca un corso di lingue. Svolgevano
anche lavori saltuari per non pesare troppo sul
bilancio delle rispettive famiglie. Tre ragazze model-
lo che tutti i genitori vorrebbero per fi glie.
Le tre amiche, muovendosi tra la folla di bagnanti,
trovarono un piccolo spazio e dopo aver sistemato
i teli, verticalmente al mare, vi si sedettero sopra.
Le tre ragazze tirarono fuori dalle rispettive borse le
immancabili creme per proteggersi dai raggi ultravioletti.
Questa operazione di spalmatura della crema
sui corpi durò circa dieci minuti e venne osservata
attentamente da un gruppo di giovanotti distesi
poco distante dalle ragazze.
Sorrisi, ammiccamenti, battutine tipiche che i ragazzi
sono soliti scambiarsi in queste circostanze.
Daria e Fabiola notarono quel gruppo di ragazzi
che guardava nella loro direzione e che ogni tanto
sorrideva.
‹‹Che avranno da sorridere!›› esclamò Fabiola.
‹‹Boh! Sembrano scemi›› ribatté Daria.
‹‹A chi vi riferite?›› domandò Francesca mentre
terminava di spalmarsi la crema protettiva.
‹‹A quelli lì›› rispose Daria facendo cenno con gli
occhi.
‹‹Bella combriccola di ebeti!›› osservò Francesca.
Daria e Fabiola risero all’esclamazione di Francesca,
che riusciva a trovare sempre le parole azzeccate
per definire persone e situazioni.
Ma oltre a quei ragazzi, che si divertivano solo
alla visione delle tre giovani grazie, c’erano tante altre
persone dalle molteplici personalità. Una di queste
sedeva su una sedia sdraio poco distante dalle
ragazze. Leggeva una rivista e ogni tanto si interrompeva
per osservare proprio una di loro. Portava
un paio di occhiali da sole che non nascondevano
totalmente gli occhi, infatti li si poteva notare guardandola
attentamente. Si chiamava…
“A questo punto del racconto non ho ancora deciso come
chiamarla, ma ho in mente un soprannome. Sì! Credo proprio
che farò così e per mia comodità la chiamerò: Lama”.
Leggeva e ogni tanto ruotava la testa facendole
fare mezzo giro a sinistra e poi a destra. Il tipico movimento
di chi soffre di cervicale, ma quella persona
tutto aveva tranne che la cervicale.
Aveva fatto un lungo tragitto in auto dal suo paese,
dove viveva mantenendosi sfruttando una grossa
eredità ricevuta da un uomo che non conosceva e
che da tempo provvedeva al suo mantenimento, inviando
l’assegno mensile con puntualità.
Della madre adottiva aveva bellissimi ricordi, ma
della sua vera madre non sapeva nulla. Racchiudeva
dentro di sé un’immensa rabbia per quella donna
che lo aveva lasciato in tenera età. Un’infanzia difficile
la sua, durante la quale aveva radicato, a mano a
mano che cresceva, un profondo odio verso la figura
femminile e specificatamente per la donna madre.
L’attuale fuga verso altri luoghi era un modo per
sfuggire ad un pensiero fi sso che lo tormentava sin
dalla più tenera età. Quel pensiero si materializzava
ogni volta che incontrava una donna dal seno prosperoso.
In quei seni esuberanti, vigorosi vedeva una
madre… sua madre. Ora fissava il seno rigoglioso di
Daria e questo lo tormentava. Agitandosi sulla sedia
sdraio, il giornale che aveva tra le mani non trovava
pace. Un altro chiodo fisso, che lo ossessionava e al
quale non sapeva dare una spiegazione, era dato dal
comportamento adottato dai media nei confronti di
assassini noti.
Spesso si domandava come mai i responsabili di
atroci delitti, anziché essere dimenticati dai giornali
e dai programmi televisivi, venivano il più delle volte
corteggiati dai mass media. Nonostante gli orrendi
crimini commessi, occupavano le prime pagine
ottenendo fama, notorietà e anche interessanti prospettive
economiche.
Anche quel giorno, in prima pagina, si dava notorietà
ad un assassino che, agli arresti domiciliari,
veniva scritturato per promuovere prodotti di largo
consumo. Notizie che in soggetti affetti da turbe di
varia natura, potevano fare presa e spingere gli stessi
ad emulare quei comportamenti deprecabili.
Sullo stesso quotidiano, un noto psichiatra, a
conclusione della sua intervista, affermava: «Oggi i
giovani sono troppo spesso bombardati da messaggi
trasmessi da tutti i mass media, proponenti la violenza
fine a se stessa e spesso giustifi cata, anziché
insegnamenti positivi che li aiutino a distinguere tra
i comportamenti corretti e quelli negativi e perversi.
Tutto ciò è all’origine di atteggiamenti deviati e fonte
di disagio esistenziale per i giovani che si affacciano
alla vita. L’ambiente familiare è determinante per
contrastare questi pericoli.
È indispensabile che i genitori trascorrano più
tempo con i fi gli in modo da costruire un rapporto
basato sul piano della fi ducia reciproca».
Lama si alzò di scatto e si incamminò verso il bar
interno allo stabilimento.
Purtroppo però, nel suo cammino, incrociò altre
madri e questo eccitava il suo astio, in un crescendo continuo.
Pessima idea quella di poter risolvere
il suo problema cercando di allontanare quell’odio
recandosi negli stabilimenti balneari. Aveva sperato
che, affrontando di petto le sue incertezze, sarebbe
riuscito a muoversi verso una via di guarigione. Si
avvicinò al bancone del bar e ordinò al ragazzo una
camomilla.
Il giovane spalancò gli occhi per quella richiesta
inusuale, ma poi eseguì l’ordine.
Si fece dare dal ragazzo mezzo limone che spremette
nella tazza piena di camomilla fumante. Mentre
stava sorseggiando la bevanda si affi ancò Daria
che, rivolgendosi al barista, disse: ‹‹Per cortesia mi
prepara due caffè da portare via più uno al banco…
torno subito, vado un attimo alla toilette!››.
‹‹Va bene!›› esclamò il ragazzo.
Lama smise di bere la camomilla e, come ipnotizzato,
seguì Daria nei locali dei bagni.
Entrò, la luce era spenta e in quel buio un grido
straziante echeggiò nel piccolo locale.
Due mani, intrise di sangue, sfiorarono il volto di
Lama e strinsero i suoi gomiti.
La stretta con il passare di qualche secondo divenne
debole sino a svanire, poi un tonfo sordo.
Quando Lama diede luce al locale, Daria era distesa
ai suoi piedi ormai priva di vita. Si guardò allo specchio
fissando quegli occhi sgranati e intrisi di odio.
Il respiro dapprima affannoso si placò lentamente.
Si lavò le mani asportando il sangue della ragazza
dalle sue dita e dai gomiti. Si sistemò i capelli con
le mani, poi uscì dai locali e lentamente percorse
il grande salone dello stabilimento balneare come
un automa, incapace di capire e pensare. Raggiunse
la cabina dove aveva lasciato una piccolo zaino, lo
prese e andò via guadagnando l’uscita.
Salì sull’auto parcheggiata poco distante, accese
la radio sintonizzandola su una stazione in cui trasmettevano
musica classica e, per incanto, l’eccitazione
che lo aveva posseduto lentamente si dissipò.
Intanto sulla spiaggia le amiche di Daria, all’oscuro
dell’accaduto, si stavano spazientendo per il ritardo
della ragazza.
‹‹Starà chiacchierando con qualche ragazzo… vedrai!››
commentò Francesca rivolgendosi a Fabiola.
‹‹No! Non credo, forse ci sarà folla al bar››.
‹‹Speriamo che sia così››.
‹‹Aspettiamo altri cinque minuti, poi le andiamo
incontro››.
‹‹Ok. Aspetteremo ancora un po’›› concluse Francesca.
Passarono altri dieci minuti e di Daria nessuna
traccia. Le due ragazze sbuffando si alzarono e si
diressero verso il bar.
All’ingresso del locale c’era una grande confusione,
grida di donna provenivano dall’interno del
salone, mentre alcuni bagnini facevano uscire la folla
fuori dal grande locale. Sirene di auto delle forze
dell’ordine, sempre più forti, provenivano dalla strada,
terminando solo all’ingresso dello stabilimento.
Dopo circa tre minuti un nutrito gruppo di carabinieri
prendeva possesso di tutto lo stabilimento.
L’uscita venne piantonata come tutti gli spazi dello
stabilimento. Fabiola e Francesca capirono che era
successo qualcosa di grave e facendosi spazio tra la
folla arrivarono all’ingresso del bar. Qui chiesero ai
due carabinieri, che stavano piantonando l’ingresso
del bar, notizie della loro amica.
‹‹Cerchiamo una nostra amica, di nome Daria,
che era venuta a prendere dei caffè… dov’è? Cosa
è successo?›› domandò Fabiola. I due carabinieri si
guardarono negli occhi, poi uno di loro disse: ‹‹Se
conoscevate la ragazza che ha ordinato alcuni caffè
al bar, per cortesia, seguitemi››.
Il carabiniere prese per mano le due ragazze e le
accompagnò in un angolo del locale dove un ufficia-
le stava parlando con il ragazzo del bar.
‹‹Comandante queste due ragazze conoscono la
vi…››
Il milite venne interrotto con un cenno di mano
dal suo superiore.
‹‹Prego, avvicinatevi›› disse l’ufficiale alle due ragazze
facendo cenno con le mani.
‹‹Dov’è la nostra amica?›› domandarono quasi
contemporaneamente le ragazze.
‹‹La vostra amica ha avuto un grave incidente;
dovete essere forti e…›› venne interrotto da Francesca
che domandò: ‹‹Quale grave incidente può capitarle
in un bar?››.
‹‹Cosa è successo?›› incalzò Fabiola.
‹‹Vi ripeto, dovete essere forti e pronte a qualsiasi
evenienza›› continuò dopo aver fatto cenno ad una
sottotenente psicologa di avvicinarsi.
‹‹La vostra amica è stata aggredita nella toilette e
purtroppo non ce l’ha fatta››.
Fabiola e Francesca si guardarono e scoppiarono
a piangere, mentre la donna in divisa le abbracciava
cercando di calmarle.
Le due ragazze si staccarono dal carabiniere e fecero
uno scatto per andare verso i locali dei bagni,
ma furono bloccate da altri militi che dovettero usare
maniere energiche per fermarle.
Il capitano diede ordini di scortarle in caserma e
di dare tutto il sostegno possibile alle povere ragazze.
Le giovani furono accompagnate dalla sottotenente
psicologa e da due carabinieri sino al comando.
Qui furono prima fatte calmare e poi interrogate
sull’identità della vittima.
Intanto allo stabilimento incominciavano a giungere
giornalisti di varie testate che si sommarono alla
folla di curiosi che stazionava fuori dal lido. Anche
alcuni parenti della vittima erano giunti sul luogo: i
genitori, il fratello ed altri conoscenti che gridavano:
‹‹Dovete prenderlo! Vogliamo giustizia! Maledetto!
Lo dovete consegnare a noi!››.
Richieste di giustizia e di vendetta mischiate a
urla di dolore.
Intanto gli specialisti della scientifica erano intenti
a prelevare impronte e tracce organiche nei locali
dei bagni. Un lavoro, considerata la particolarità
del luogo, che li avrebbe tenuti impegnati per diversi
giorni.
Il corpo della ragazza era disteso su un fianco
e dalle mammelle, mutilate dei capezzoli, fuoriuscivano
gocce di sangue che alimentavano un piccolo
lago rosso sul pavimento. A poca distanza la parte
superiore del bikini, non più bianco, strappato e i
capezzoli recisi, forse con un taglierino. Un opera-
tore della scientifica raccolse i capezzoli e li mise
in una bustina e mentre compiva quella operazione
imprecava: ‹‹Bastardo! Pezzo di merda!››.
Altri militi fecero uscire a piccoli gruppi i bagnanti
che, dopo aver fornito le proprie generalità,
potettero finalmente lasciare il lido.
CONTINUA… Pagine 181. Ediz. Kimerik 2009