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novembre 28, 2011 in Messaggi admin

Questo è il blog ufficiale di Giulio Buonanno, scrittore e esperto d’arte. Se lo desideri puoi interagire con l’autore inserendo i tuoi commenti  in questo blog o registrandoti su: http://autori.altervista.org  del circuito Artetremila o aderendo al gruppo Autori e Artetremila di facebook. Sono ammessi solo blog dal contenuto culturale.

Notizie sul prossimo romanzo di Buonanno

maggio 5, 2012 in Giallo, Messaggi admin, Pubblicazioni

Diversi lettori hanno chiesto notizie sulla prossima pubblicazione di Buonanno.

Ecco in anteprima alcune notizie:

Giuliana Hanson, ispettrice di Polizia e protagonista di: LA TERZA IMPRONTA – Operazione bilancia, sarà coinvolta in una nuova indagine che, ad un primo approccio sembrerà, difficile da risolvere. Due giovani Carmela, di etnia sicula, e Ahmed, perseguitato politico, verranno coinvolti nella sparizione di una nobildonna avvenuta in circostanze sospette nel Principato di Monaco; noto paradiso fiscale, economico, finanziario e sociale d’Europa. La tenacia di Giuliana Hanson la condurrà a risolvere il mistero della sparizione dal risvolto imprevedibile dopo aver assistito ad episodi delittuosi e espressione della cattiveria degli uomini.

La pubblicazione del nuovo romano è prevista per l’inizio del 2013.

 

AMORE TRA LE STELLE

maggio 5, 2012 in Fantasy, Pubblicazioni

AMORE TRA LE STELLE   -  ISBN: 978-88-6096-656-8 Pag:202  E.15.00

Amore tra le stelle” pubblicato nel 2011 per la Kimerik è il mio quarto romanzo.

 

La storia narrata affronta due temi; la ricerca della verità sull’esistenza umana, tema che ha sempre affascinato e continua a tormentare studiosi di ogni epoca. Il secondo tema, non secondario, è lo stato di coma. Questioni che continuano a dividere l’opinione pubblica. Posti entrambi su confini difficili da analizzare; uno sul confine dell’universo visibile e l’altro sul confine tra vita e morte.  L’amore tra due esseri umani è quello che regna nell’universo è il collante necessario che può indurci a comprendere entrambi i misteri.

Leggi il primo capitolo

 

 

“ Scrivo per raccontare di chi vive, ricordare coloro che sono morti e far vivere quelli che non sono mai nati”

 

Capitolo I

Come ogni anno, all’inizio dell’estate, Patrizia, Vera e Giuliano si trasferirono a casa della loro amica Marta per trascorrere assieme le vacanze estive. Marta abitava da sola in una casa colonica alla periferia della cittadina di Bacoli, località a Nord di Napoli, un’abitazione che i genitori l’avevano lasciato in eredità. Proprietaria anche di un appezzamento di terra viveva vendendo i prodotti coltivati.
In quella sua attività era aiutata da una famiglia di contadini confinanti al-la sua tenuta. Una famiglia generosa, all’antica che dell’aiuto al prossimo aveva fatto un modello di vita. Tutti i componenti di quel nucleo familiare si prodigavano nell’aiutare Marta che era considerata una figlia e sorella acquisita.
Troppo giovane per conoscere tutti i segreti della terra e come fare per portare avanti l’allevamento di conigli, far stare bene i maiali, i tre cavalli e gli altri animali che abitavano quella bella fattoria. Una piccola donna che si stava formando, distratta dalla sua giovane età, non poteva ma soprattutto non sapeva come fare per portare avanti tutto quel lavoro da sola.
Quel giorno, subito dopo pranzo, Marta, Giuliano, Patrizia e Vera; coetanei ventunenni e grandi amici, si allontanarono dal lido di Torregaveta, litorale a nord di Napoli, dove era loro consuetudine fare il bagno, inoltrandosi nell’interno. I ragazzi, superato un tratto di sabbia coperto di bassi arbusti, giunsero presso un canale che scorreva verso il mare.
Mentre camminavano sul bordo in cemento del canale risalendolo, incrociarono alcune persone che stavano pescando anguille. Le acque chiare di quel canale che andavano incontro al mare, mostravano quei pesci a forma di serpente che nuotavano ad un metro dal fondo. Alcuni erano di grandi dimensioni; erano le femmine e vennero indicate dai pe-scatori con il nome “capitoni”.
‹‹Nico’ guarda che bel capitone!›› esclamò a voce alta uno di quegli uomi-ni:‹‹E come nuota veloce!››
‹‹Ho visto! Ho Visto›› gli fece eco Nicola:‹‹ Allora stasera mangeremo capi-toni fritti.››
‹‹Speriamo bene Nicò… bisogna avere fede!››
Anche i ragazzi si soffermarono a guardare quel grosso pesce che faceva da guida ad altri cinque più piccoli. Uno dei pescatori incominciò a correre per posizionarsi più a monte sperando di pescare quel pesce.
Con movimenti rapidi, lasciò cadere nell’acqua l’amo, allargò le gambe stringendo tra le mani la canna ed aspettò. Il capitone si avvicinò all’esca appesa all’amo, le girò per tre volte intorno poi, con una rapida mossa morse l’esca e la portò via dall’amo senza che il pescatore ebbe il tempo di tirare.
‹‹Ti ha fatto fesso!›› esclamò l’amico.
‹‹Tanta va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!›› rispose Nicola.
Il gruppo di pescatori incominciarono a scambiarsi battute che fecero sorridere i ragazzi. Poi, ancora sorridenti, ripresero a camminare risalendo il canale per un buon tratto, sino ad arrivare in un punto dove una strada ferrata, in disuso, correva per un tratto parallelo al canale.
Percorsero la strada ferrata inoltrandosi nella campagna interna per circa due chilometri, sino a raggiungere una casa diroccata ai bordi del lago Fusaro. Uno dei tanti laghi situato in una zona vulcanica in continua evoluzione chiamata: Campi Flegrei. Uno dei santuari per gli uccelli migratori e non solo del sud Italia. Un’oasi felice, un piccolo paradiso per i volatili di diverse specie. Molti di questi erano stanziali e ingaggiavano dispute per il possesso del territorio con quelli che si posavano in quelle acque solo per riposare, per rifocillarsi.
Le rive erano basse e ammantate d’arbusti, canneti e piccole palme che spuntavano qua e la. Lo stridere dei tanti uccelli lacerava l’aria. Quel suono divenne più intenso quando, un piccolo stormo di cornacchie proveniente dal vicino bosco sorvolò il lago. Un primo allarme fu lanciato da una famigliola di passeri seguito subito dai tanti piccoli uccelli che nidificavano in quel posto. L’allarme era ora generale e nell’aria si sentì un coro simile ad un prolungato suono di sirena lanciato a protezione di quella naturale pista d’atterraggio e dei suoi abitanti. In quella luce del primo pomeriggio il lago era azzurro chiaro e il sole, che si avviava al tramonto, macchiava d’oro le sottili increspature dell’acqua.
I ragazzi entrarono nel perimetro di quella che un tempo era un’abitazione, ora senza tetto. Alcune pareti divisorie con il tetto crollato avevano formato, con il trascorrere del tempo, una piccola barriera che impediva all’acqua del lago di avanzare. Il pavimento, lievemente inclinato, mostrava i segni dell’azione corrosiva dell’acqua. Su tutto il bordo del pavimento e nelle parti basse delle pareti dominava il colore verde del muschio. In alcuni tratti, il muschio, era talmente denso che restava difficile rimanere in equilibrio e quindi dovevano stare sempre attenti a non calpestare quelle spesse macchie.
Proprio di fronte a quel rudere, sul lato opposto del lago, èra visibile la “Casina Vanvitelliana”. Un suggestivo casinò di caccia ubicata su un’isoletta di quel lago. Dal 1752 quell’area , all’epoca scarsamente abitata, divenne la riserva di caccia e pesca dei Borbone che affidarono a Luigi Vanvitelli le prime opere per la trasformazione del luogo. Questo edificio fu adibito alla residenza degli ospiti illustri, come Francesco II del Sacro Romano Impero, che qui soggiornò nel maggio 1819. All’interno dell’edificio furono accolti pure Wolfgang Amadeus Mozart, Gioachino Rossini e, più recentemente, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. La Casina Vanvitelliana compare nel film Ferdinando e Carolina, di Lina Wertmüller, nonché in Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci, mentre è diffusa la convinzione che essa sia stata la casa della Fata dai capelli turchini nel celebre sceneggiato “Le avventure di Pinocchio”; in realtà il lungometraggio di Comencini fu girato sul Lago di Martignano e Saline di Tarquinia (VT).
Vera posò il giradischi portatile in un angolo della casa, sopra a quello che prima doveva essere il piano cucina. Inserì, nel vano disco, uno dei dieci dischi che aveva portato con se e, dopo pochi secondi, le onde sonore, provenienti dal giradischi, invasero quei locali per poi disperdersi oltre la casa. I ragazzi, senza parlare, incominciarono a ballare agitandosi ritmicamente ed ognuno, a modo suo, tentava di accompagnare il ritmo di quella canzone.
I lunghi capelli di Marta, di colore rame, facevano fatica a seguire i rapidi scatti e cambiamenti di direzione della sua testa. Il corpo proporzionato disegnava armoniche curve contrastanti, bilanciate dal rapido movimento dei piedi. Una ragazza molto romantica, ma nello stesso tempo forte e decisa. Una volta durante uno di quei balletti che si organizzavano in casa, fece un gesto che restò memorabile. Un ragazzo voleva per forza mettersi con lei e la perseguitava invitandola in continuazione a ballare. Il fatto è che ogni volta metteva sul piatto del giradischi sempre lo stesso disco: Cuore, canzone del 1963 di Rita Pavone che recita;
“ Mio cuore,
tu stai soffrendo,
cosa posso fare per te.
Mi sono
innamorata…”

L’ultima volta mise il disco di quella canzone sul piatto del giradischi per cinque volte di seguito e, alla sesta volta, Marta si avventò sul giradischi, prese il disco, si avvicinò alla finestra, spalancò le ante e lo lanciò nel vuoto con tutta la sua forza gridando:‹‹Mi sta facendo venire l’angoscia!››
Il povero ragazzo rimase di stucco. Sconsolato si ritirò in un angolo della stanza restando in silenzio. Questa era Marta.
La bionda Patrizia, poca predisposta al ballo era molto rigida, cercava di imitare i movimenti, a tratti violenti dei suoi amici. La sua rigidità era dovuto al fatto che i genitori erano poco propensi a farla uscire di casa con gli amici. Non praticava sport se non durante l’orario scolastico e nelle ore dedicate alla ginnastica. Solo dopo ripetute sollecitazioni del medico di famiglia, i genitori si convinsero a mandare Patrizia in vacanza con i suoi amici più cari quando questi si recavano da Marta.
Vera, bruna di carnagione, ballava dapprima in sintonia con Giuliano per poi muoversi con un suo ritmo. Una piccola sirena ma anche una gazzella quando si cimentava nel ballo. Molto sensibile, dolce; la ragazza ideale che tutti vorrebbero per amica. Sempre pronta a proporsi quando c’era d’aiutare qualcuno.
Giuliano, sei mesi di età più grande delle ragazze, era il catalizzatore della comitiva. Alto circa un metro e ottanta, capelli castani e occhi che tendevano al verde. Era stato lui a convincere le sue amiche a trascorrere assieme anche quell’estate appena iniziata. Tenacemente corteggiato dalle tre ragazze, non si sbilanciava mai verso nessuna delle tre. In loro vedeva tre sorelle dato che erano cresciuti insieme.
Sorridevano felici, spensierati, mentre danzavano sul quel palcoscenico naturale e immaginando di trovarsi al centro di una modernissima pista da ballo.
I balli continuarono per diverse ore sino a quando, Giuliano, si sentì sopraffatto da un forte dolore ed una stanchezza improvvisa che, per qualche istante, annerì la sua mente e quando si riprese si ritrovò, insieme ai suoi compagni, straiato sul pavimento di quella casa diroccata per riposare.
Sfiancati, ma contenti, restarono in quel luogo ognuno assorto nei propri pensieri. I loro corpi, sudati, erano rinfrescati da una lieve brezza che in un primo momento, spirava dal mare verso terra e che in seguito, invertì la direzione per soffiare dall’interno, da terra. Rimasero così per diverso tempo sino a, quando una nube calò sul lago. Nube che con il passare dei minuti divenne tanta fitta da spaventare i quattro ragazzi. Patrizia la più impaurita invitò gli amici ad andare via.
‹‹Ho paura! Andiamo via!››L’invito di Patrizia fu subito condiviso dagli amici che tenendosi per mano uscirono da quella casa semidistrutta e, lentamente, s’incamminarono per fare ritorno al lido.
Cercando di individuare il percorso precedentemente fatto si muovevano in quella nebbia, ma presto capirono che stavano avanzando alla cieca. Sotto i loro piedi, ai lati e di fronte, non vedevano gli stessi sassi, ne le rotaie e tanto meno il bordo in cemento del canale.

“In che direzione stavano andando? Dove si trovavano? Avrebbero trovato la strada giusta?”.

Queste ed altre domande assillavano i quattro giovani che, ancora indosso il costume, continuarono a camminare. L’umidità regnante aveva coperto i corpi dei ragazzi, ancora caldi, di brina che, con il passare del tempo, causava lo stesso effetto di una live pioggerellina. Bagnati e infreddoliti proseguirono stretti, l’uno all’altro, addentrandosi in un territorio che non riconoscevano.
Poi, all’improvviso come era arrivata, la nebbia si diradò e la luce del sole, nuovamente, incominciò ad illuminare il loro cammino, ma questa volta mostrando ai loro occhi un paesaggio sconosciuto, dall’aspetto primordiale. Guardarono atterriti quel luogo e scambiandosi occhiate di grande stupore si domandarono cosa fosse successo, dove si trovassero, come fossero capitati li.
‹‹Voglio andare a casa!›› esclamò singhiozzando Patrizia.
‹‹Ho paura!›› le fece eco Vera.
‹‹Non dobbiamo spaventarci!›› ammoniva Marta che, seppure molto preoc-cupata per quella strana ed inaspettata situazione, cercava di rimanere calma e di ragionare.
‹‹Si! Non dobbiamo avere paura… Ci sarà una spiegazione›› avvallava Giu-liano mentre osservava la posizione del sole che non era lo stesso di prima del verificarsi di quello strano fenomeno. Sarebbe dovuto trovarsi ad ovest verso il tramonto ed invece si trovava basso ad est. Istintivamente chiese l’orario a Patrizia; l’unica in possesso di un orologio. Patrizia guardò l’orologio e costatò che le lancette si erano fermate sulle ore 17.00.
Patrizia e Vera, le più impaurite, cercavano di consolarsi a vicenda abbrac-ciandosi, mentre Giuliano e Marta, più freddi e razionali tentavano di trovare una spiegazione logica a quello stranissimo fenomeno.
‹‹Perché il sole ora si trova ad Est? Perché l’orologio si è fermato?›› domandò Patrizia strattonando Giuliano prima e Marta poi.
‹‹All’orologio sarà entrata acqua dentro o l’avrai fatto urtare… Per il sole non so, per il momento, rispondere… Forse ci siamo addormentati ed ab-biamo dormito tutta la notte›› rispose Giuliano poco convinto.
‹‹Ma che stai dicendo! Io ho chiuso gli occhi per pochissimo tempo, mica tutta la notte›› rimproverò Vera.
‹‹Ha ragione Vera! Anche io ho chiuso gli occhi per poco tempo›› confermò Patrizia.
‹‹Ragazzi è inutile che perdiamo tempo qui a farci domande alle quali non sappiamo dare una risposta. Conviene cercare le risposte esplorando questo territorio. Può darsi che incontreremo qualcuno che ci potrà aiutare›› suggerì Marta.
‹‹Sono d’accordo con Marta›› disse Giuliano.
‹‹Va bene! Facciamo cosi!›› assecondarono Patrizia e Vera.
Come deciso incominciarono a muoversi in quel luogo iniziando un viaggio non desiderato, ma inevitabile per cercare una risposta e ritrovare la via del ritorno. In qualsiasi direzione guardassero il territorio si mostrava arido e disseminato di piccoli e grandi sassi. Alcuni erano enormi e portavano i segni degli agenti atmosferici. Scolpiti dall’acqua e dal vento sembravano opere scultoree collocate ad arte in un museo all’aperto, naturale. Forme che nemmeno il più fantasioso degli scultori avrebbe mai pensato di plasmare. Sulla terra avevano visto rocce di tutti i tipi e di tutte le forme, ma quelle davanti agli occhi dei ragazzi erano proprio strane. Alcune sembravano figure umane pietrificate, altre piante ed altre ancora animali. Tutte a guardia di quel paesaggio innaturale, surreale, che incuteva timore, ma nello stesso tempo era affascinante.
I quattro scelsero una direzione a caso e senza ragionare più di tanto si di-ressero verso Ovest che, per le loro conoscenze, doveva essere la direzione opposta alla linea di orizzonte dove si era alzato il sole.
Presero quello che sembrava essere un sentiero, lievemente in discesa e che si inoltrava in quel territorio dove si notava una grande depressione della terra. A mano a mano che avanzavano la terra cambiava colore, ora le rocce lasciavano spazio a piccoli ciuffi di erba verde chiaro che uscivano dall’arida terra, per poi diventare sempre più grandi e più fitti, fino a formare una vasta prateria proprio in quella vallata che si andava delineando davanti a loro. Dopo diverse ore di marcia l’ambiente si era trasformato in un paesaggio lussureggiante.
Piante, fiori e frutti di ogni tipo e varietà formavano un immenso giardino dove si manifestava, con tutta la sua forza, la vita vegetale. Fu subito notato dai ragazzi che l’unico rumore esistente e che dominava su tutto era il fruscio delle foglie delle piante causato dal vento che cambiava sempre direzione. Un vento capriccioso che giocava, spirando apparentemente senza una logica, scuotendo tutto quello che incontrava. A tratti diveniva così intenso che i quattro ragazzi erano costretti ad avan-zare tenendosi per mano e inarcati in avanti. Un sibilo continuo e sgradevole all’orecchio echeggiava in quel paesaggio. Era il vento che martoriava, con la sua spinta, tutto e tutti lasciando dietro al suo passaggio un suono assordante.
L’assoluta assenza di uccelli ed altri organismi rendeva quel posto innaturale, surreale, ma nello stesso tempo seducente. Girovagarono all’interno di quella grandissima serra naturale sino a quando un nuovo suono si uni a quel mormorio delle foglie ed era quello, inconfondibile, dell’acqua che scorreva. Li potettero dissetarsi, rinfrancarsi, nutrirsi dei frutti di quelle piante e riposare.

 

LA TERZA IMPRONTA-Operazione bilancia

gennaio 17, 2012 in Giallo, Pubblicazioni

 

Prefazione

Dopo l’inaspettato successo del suo primo romanzo “Mare Nostrum. Libertà violata” per l’edizione Kimerik, dedicato ad un grande tema sociale – il rapimento di giovani donne e bambini per sordidi fini sessuali da parte di uomini senza scrupoli – Giulio Buonanno pubblica il suo secondo romanzo

“La terza impronta. Operazione Bilancia” dove si avverte la crescita di una nuova e più attuale sensibilità verso tematiche ritenute prioritarie, come l’ascolto di tutte quelle persone che soffrono per la perdita di un loro familiare e vedono impuniti o non condannati ad una giusta pena gli efferati protagonisti dei crimini. L’autore vuole denunciare le carenze del nostro sistema giuridico e l’ineguaglianza tra il dolore di chi resta e la pena di chi, pur restando in carcere, è circondato dalle premure di chi lo vuole redimere come sacerdoti, suore, volontari, psicologi e, spesso, finendo sulle prime pagine dei giornali, riesce anche ad ottenere una particolare fama noir ed insperate prospettive  economiche rilasciando interviste guidate e memoriali deliranti. Sono proprio certi atteggiamenti troppo garantisti verso i colpevoli che spingono spesso i familiari delle vittime a farsi giustizia dasé. È un romanzo che vuole affermare il diritto più sacro ed inviolabile della persona: il diritto alla vita.

La storia prende l’abbrivio da una domenica di sole di inizio estate in cui tre amiche Francesca, Daria e Fabiola decidono di andare al mare al Lido di Ostia e diventano involontarie protagoniste di un giallo, dove niente è come sembra. In mezzo ad una folla di bagnanti queste tre donne, che l’autore descrive come “tre magnifiche ragazze che avrebbero potuto partecipare a qualsiasi concorso di bellezza, si dispongono sui teli per prendere il sole e si spalmano di crema protettiva, ma poco distante, su una sedia sdraio, c’è un giovane che legge una rivista, ma il suo aspetto è nevrotico per il ripudio e la separazione dalla sfera della sua madre naturale: è stato adottato … Il filo rosso che lega il racconto è la ricerca dell’assassino prima di Daria e poi di una seconda ragazza, non solo uccise, ma anche mutilate dei seni. Nonostante Giulio Buonanno possegga un’ottima cultura, preferisce scrivere in maniera semplice ed essenziale, usando pochi aggettivi in un verismo di luoghi, di tempi e di atmosfere. La narrazione è tutta dedicata all’azione per la cattura dell’omicida in un inseguimento che si sposta da una parte all’altra della penisola e della Sardegna con dovizia di mezzi e di occasioni. Il narratore, come è suo compito per rendere avvincente la storia, narra le vicende che si sviluppano sul fronte dell’inseguito e gli inseguitori con avvenimenti che si accordano ai caratteri dei personaggi con invenzioni continue ed avvincenti che mettono la storia a disposizione di ogni tipo di lettore. Gli avvenimenti sono lineari, ma non mancano colpi di scena dovuti ai comportamenti di alcuni giudici corrotti e a quelli deliberatamente pericolosi di altri personaggi dell’alta finanza. È un autentico giallo, perché la resa dei conti avverrà solamente nell’ultima pagina e in cui non bisogna mai perdere di vista indizi ed annotazioni che acquistano la loro importanza soltanto col trascorrere degli avvenimenti svelando i caratteri, le colpe e anche un amore delicato e forte in un racconto intricato con complicazioni e sensi di colpa che scaturiscono da oscuri conflitti familiari. Sembra di assistere all’azione di un film e di vedere attraverso immagini nitide ed avvincenti create dalle parole dell’autore, lo svolgersi delle varie fasi del racconto.

Libri come questo possono contribuire a sollecitare il Governo allo sviluppo di riforme legislative che portino all’attuazione di una giustizia più giusta.

Dott.ssa Anna Iozzino

storica e critica d’arte

Nota introduttiva dell’autore

 

Le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere

questo libro sono tante, ma mi limiterò a descriverne

alcune. Negli ultimi anni abbiamo assistito a molteplici

delitti efferati che hanno avuto come protagonisti

persone provenienti da diverse estrazioni sociali

e che il più delle volte, agli occhi dell’opinione

pubblica, non hanno scontato e non sconteranno

mai una giusta condanna.

 

L’eccessivo garantismo sembra, infatti, venire

applicato anziché verso quelli che hanno subito do-

lore, solo nei riguardi di coloro che lo hanno provocato,

a tal punto che a volte questi ultimi traggono

guadagno dalle loro atrocità. In questo contesto la

magistratura, spesso esageratamente lenta, non fa

che diffondere l’idea di una giustizia “ingiusta”.

 

La spettacolarizzazione di alcuni processi, con

affermazioni a volte al limite del delirio, di presunti

esperti che non conoscono a fondo il lavoro svolto

dagli investigatori, è sempre più spesso il fulcro di

trasmissioni che tendono solo ad aumentare l’indice

di ascolto.

 

Tali comportamenti dei mass media e dei loro

opinionisti destabilizzano ulteriormente l’immagine

della giustizia e dell’operato degli investigatori.

Infine, le fughe di notizie provenienti dagli uffici

giudiziari contribuiscono a dare il colpo fi nale a

quella sensazione, ormai diffusa nella nostra società,

dell’inefficienza della giustizia. Tutto questo potrebbe

far precipitare la situazione fino a indurre il

cittadino a farsi giustizia da solo.

 

Mentre scrivo questa prefazione, avviandomi alla

sua conclusione, sento dalla radio la notizia di alcuni

commercianti che hanno reagito energicamente

all’invadenza della micro criminalità, senza aspettare

l’intervento delle forze dell’ordine.

 

Rimarrà solo un caso isolato o l’inizio di una fase

nella quale il cittadino, nel tentativo di proteggere

i suoi beni e soprattutto la sua persona, scende in

campo per farsi giustizia da solo?

L’Autore 

 

LA TERZA IMPRONTA – Operazione Bilancia

Di Giulio BUONANNO   http://www.buonannogiulio.altervista.org

 

Domenica – Primo giorno – Mattino

 

‹‹È proprio tempo di andare al mare!›› esclamò

Francesca rivolgendosi alle sue amiche Daria e Fabiola.

‹‹È vero… davvero una bellissima giornata

oggi… non vedo l’ora di fare una bella nuotata›› replicò

Daria.

 

‹‹Sono d’accordo con voi… questa prima domenica

d’estate si preannuncia piena di sole›› disse

Fabiola, mentre sistemava le borse nel cofano della

sua auto.

 

Tre ragazze che, come tanti altri giovani, si apprestavano

a partire per il mare in quel primo week-end

di inizio estate. Dopo un lungo inverno piovoso, che

si era prolungato sino a metà luglio, quella giornata

fu salutata come una manna caduta dal cielo.

 

Anche gli esperti di meteorologia, nei telegiornali

del sabato sera, avevano preannunziato e salutato

quella terza domenica di luglio come l’inizio di

un periodo di tempo sereno con temperature che

avrebbero invitato a recarsi in vacanza.

 

Quel giorno, sin dalle prime ore del mattino, file

di auto, moto, caravan e altri mezzi pieni di vacanzieri,

ingolfavano le strade che portavano fuori dai

grandi centri abitati. Particolarmente trafficate erano

le strade che conducevano al mare. Anche le tre

ragazze, partite da Roma per recarsi al Lido di Ostia,

stavano in coda sulla Via Del Mare. Quella giornata

però avrebbe segnato l’inizio di avvenimenti raccapriccianti

che avrebbero scosso profondamente la

tranquillità di quella stagione appena iniziata. Anche

una delle tre ragazze sarebbe stata vittima di quella

infausta giornata.

 

“Per quanto mi riguarda mi è indifferente chi delle tre

non farà ritorno a casa poiché, così come la morte sceglie le

sue vittime a caso, anch’io, in qualità di autore, sceglierò a

caso. Sono le circostanze, i comportamenti, le abitudini e le

passioni di ciascun individuo ad attirare la morte. Abitudini

che la indirizzano verso questa o quella persona”.

 

Il serpentone di auto avanzava lentamente verso

l’ambita meta e le ragazze, parte integrante di quella

lunghissima fila di autoveicoli, canticchiavano in

coro le canzoni che venivano trasmesse per radio.

 

Piccoli sciami di motorini avanzavano zigzagando

e, ammucchiandosi ai semafori, formavano

grossi sciami. Allo scattare del verde nubi di gas di

scarico, dalle diverse tonalità di grigio, si alzavano

dall’asfalto formando, ogni volta, una nube acre e

spessa che, per alcuni secondi, toglieva visibilità alle

auto che seguivano.

Una inutile accelerata veniva effettuata anche da

coloro che guidavano le auto, inutile poiché, dopo

appena venti metri, una brusca frenata li faceva rallentare

per proseguire a passo d’uomo.

All’incrocio con la località di Acilia, una coppia

di ragazzi su un motorino, sfidando le leggi di gravità,

la resistenza meccanica dei componenti della

moto e sopravvalutando la propria abilità di guidatori,

effettuarono una manovra azzardata che li fece

scontrare con un’auto proveniente dalla direzione

opposta.

I due ragazzi vennero sbalzati a circa venti metri

di distanza. Nell’incidente la ragazza morì per il

violento impatto al suolo e perché non indossava il

casco. Il ragazzo rimase a terra paralizzato per lesioni

alla colonna vertebrale.

Per circa due ore Francesca, Daria e Fabiola rimasero

bloccate insieme ai tantissimi vacanzieri a

quell’incrocio.

 

Assistettero a tutte le fasi dell’incidente: dall’impatto

al soccorso del ragazzo, al rilievo dei carabinieri,

alla rimozione del corpo della ragazza ed infine

alla rimozione dei mezzi.

Verso le dieci, nello stesso momento in cui un

fringuello a volo radente attraversava la sede stradale

mancando di alcuni millimetri l’auto con a bordo

le tre ragazze, uno dei carabinieri diede il via e le

auto ripartirono nei due sensi di marcia.

Come leoni in gabbia i motori delle auto e delle

 

moto ripresero a ruggire e, come se non fosse successo

niente, incominciò una pazza corsa. Le due

ore di sosta obbligata avevano svuotato la carreggiata

e le moto insieme alle auto si sfi davano nelle

accelerazioni.

 

Le tre ragazze ebbero paura quando furono sorpassate

a sinistra da due motorini e a destra da una

Ferrari.

Per un attimo l’auto delle ragazze sbandò; l’inaspettato

sorpasso a destra colse di sorpresa Fabiola

che imprecò contro il conducente della Ferrari:

‹‹Stronzo testa di cazzo!››.

‹‹Mortacci tua!›› urlò Daria.

‹‹Bastardo!›› esclamò Francesca.

‹‹Più sono ricchi e più sono stronzi… devono affermare

in ogni circostanza la loro arroganza…››

Fabiola venne interrotta da Francesca che disse:

‹‹Ora stai calma e lascialo perdere… tanto prima

 

o poi, se continua a guidare così, leggeremo il suo

nome su qualche giornale››.

‹‹È vero! Quelli sono i buffoni della domenica

che vanno in giro per mettersi in mostra e che prima

o poi fanno i conti con la loro stupidità›› aggiunse

Daria.

‹‹Avete ragione tutte e due. È meglio se resto calma…

abbiamo ancora mezz’ora di viaggio da fare››

disse Fabiola.

Le tre ragazze ripresero a canticchiare mentre

proseguivano la marcia verso Ostia. All’improvviso

si zittirono, con gli occhi sgranati guardarono verso

destra e riconobbero quella Ferrari che, poco prima,

le aveva sorpassate a destra e che ora stava nella cunetta

ai bordi della strada.

Le ragazze si guardarono in viso incredule. Poi,

mentre superavano lo sventurato, Francesca si sporse

dal finestrino e, guardando verso l’uomo in piedi

davanti all’auto nel tentativo di telefonare, gli fece

un gesto inequivocabile con la mano destra e subito

dopo scoppiò a ridere.

Anche Fabiola e Daria risero.

 

‹‹Francesca! Gliel’hai proprio tirata!›› esclamò

Daria.

‹‹Non sapevo che avessi certi poteri›› disse Fabiola.

‹‹Non crederete mica che io sia una iettatrice?››

‹‹Nooo?!›› risposero, quasi simultaneamente, le

due amiche.

Francesca si soffermò a guardarle e, notando che

si trattenevano per non scoppiare a ridere, esclamò:

‹‹Smettetela! Per favore mettetemi un altro soprannome,

ma questo no, altrimenti finisco di campare››.

 

 

Fabiola e Daria si guardarono per qualche istante

negli occhi, poi scoppiarono a ridere e così fece

anche Francesca.

Le tre ragazze, punzecchiandosi a vicenda e cercando

ognuna i piccoli difetti dell’altra, percorsero

l’ultimo tratto allegramente.

Quegli ultimi quindici minuti di viaggio furono

un continuo ridere e scherzare.

Finalmente giunsero a Ostia, percorsero la litoranea

per pochi minuti e parcheggiarono di fronte allo

stabilimento balneare Kursaal.

Erano le 10.45 quando varcarono l’ingresso del-

lo stabilimento e dopo dieci minuti stavano già cambiandosi

nella cabina numero 15.

Dopo altri dieci minuti, da quel piccolo locale,

uscirono tre giovani sirene. Fabiola aveva indossato

un due pezzi mozzafiato di colore celeste reale

che contrastava efficacemente con il rosso dei suoi

capelli.

Capelli che aveva raccolto dietro la nuca con

un nastrino celeste e che arrivavano sino alle spalle.

Francesca, invece, indossava un costume intero

dalle calde tinte tropicali, con piccole variazioni

cromatiche, che esaltavano le forme del suo corpo

perfetto.

I capelli neri e corti mettevano in risalto il suo

viso e i grandi occhi neri. Daria, bionda naturale,

aveva i capelli sciolti che le superavano le spalle, occhi

azzurri e indossava un bikini bianco.

Tre magnifiche ragazze che avrebbero potuto benissimo partecipare

a qualsiasi concorso di bellezza. Più volte

amici in comune avevano suggerito loro di iscriversi

a qualche concorso, ma loro preferivano cose più

concrete. Fabiola studiava per laurearsi in economia

aziendale, Daria frequentava il corso di laurea di

medicina e Francesca un corso di lingue. Svolgevano

anche lavori saltuari per non pesare troppo sul

bilancio delle rispettive famiglie. Tre ragazze model-

lo che tutti i genitori vorrebbero per fi glie.

Le tre amiche, muovendosi tra la folla di bagnanti,

trovarono un piccolo spazio e dopo aver sistemato

i teli, verticalmente al mare, vi si sedettero sopra.

Le tre ragazze tirarono fuori dalle rispettive borse le

immancabili creme per proteggersi dai raggi ultravioletti.

Questa operazione di spalmatura della crema

sui corpi durò circa dieci minuti e venne osservata

attentamente da un gruppo di giovanotti distesi

poco distante dalle ragazze.

 

Sorrisi, ammiccamenti, battutine tipiche che i ragazzi

sono soliti scambiarsi in queste circostanze.

Daria e Fabiola notarono quel gruppo di ragazzi

che guardava nella loro direzione e che ogni tanto

sorrideva.

‹‹Che avranno da sorridere!›› esclamò Fabiola.

 

‹‹Boh! Sembrano scemi›› ribatté Daria.

 

‹‹A chi vi riferite?›› domandò Francesca mentre

 

terminava di spalmarsi la crema protettiva.

 

‹‹A quelli lì›› rispose Daria facendo cenno con gli

occhi.

‹‹Bella combriccola di ebeti!›› osservò Francesca.

Daria e Fabiola risero all’esclamazione di Francesca,

che riusciva a trovare sempre le parole azzeccate

per definire persone e situazioni.

Ma oltre a quei ragazzi, che si divertivano solo

alla visione delle tre giovani grazie, c’erano tante altre

persone dalle molteplici personalità. Una di queste

sedeva su una sedia sdraio poco distante dalle

ragazze. Leggeva una rivista e ogni tanto si interrompeva

per osservare proprio una di loro. Portava

un paio di occhiali da sole che non nascondevano

totalmente gli occhi, infatti li si poteva notare guardandola

attentamente. Si chiamava…

“A questo punto del racconto non ho ancora deciso come

chiamarla, ma ho in mente un soprannome. Sì! Credo proprio

che farò così e per mia comodità la chiamerò: Lama”.

 

Leggeva e ogni tanto ruotava la testa facendole

fare mezzo giro a sinistra e poi a destra. Il tipico movimento

di chi soffre di cervicale, ma quella persona

tutto aveva tranne che la cervicale.

Aveva fatto un lungo tragitto in auto dal suo paese,

dove viveva mantenendosi sfruttando una grossa

eredità ricevuta da un uomo che non conosceva e

che da tempo provvedeva al suo mantenimento, inviando

l’assegno mensile con puntualità.

 

Della madre adottiva aveva bellissimi ricordi, ma

della sua vera madre non sapeva nulla. Racchiudeva

dentro di sé un’immensa rabbia per quella donna

che lo aveva lasciato in tenera età. Un’infanzia difficile

la sua, durante la quale aveva radicato, a mano a

mano che cresceva, un profondo odio verso la figura

femminile e specificatamente per la donna madre.

L’attuale fuga verso altri luoghi era un modo per

sfuggire ad un pensiero fi sso che lo tormentava sin

dalla più tenera età. Quel pensiero si materializzava

ogni volta che incontrava una donna dal seno prosperoso.

In quei seni esuberanti, vigorosi vedeva una

madre… sua madre. Ora fissava il seno rigoglioso di

Daria e questo lo tormentava. Agitandosi sulla sedia

sdraio, il giornale che aveva tra le mani non trovava

pace. Un altro chiodo fisso, che lo ossessionava e al

quale non sapeva dare una spiegazione, era dato dal

comportamento adottato dai media nei confronti di

assassini noti.

Spesso si domandava come mai i responsabili di

atroci delitti, anziché essere dimenticati dai giornali

e dai programmi televisivi, venivano il più delle volte

corteggiati dai mass media. Nonostante gli orrendi

crimini commessi, occupavano le prime pagine

ottenendo fama, notorietà e anche interessanti prospettive

economiche.

Anche quel giorno, in prima pagina, si dava notorietà

ad un assassino che, agli arresti domiciliari,

veniva scritturato per promuovere prodotti di largo

consumo. Notizie che in soggetti affetti da turbe di

varia natura, potevano fare presa e spingere gli stessi

ad emulare quei comportamenti deprecabili.

 

Sullo stesso quotidiano, un noto psichiatra, a

conclusione della sua intervista, affermava: «Oggi i

giovani sono troppo spesso bombardati da messaggi

trasmessi da tutti i mass media, proponenti la violenza

fine a se stessa e spesso giustifi cata, anziché

insegnamenti positivi che li aiutino a distinguere tra

i comportamenti corretti e quelli negativi e perversi.

Tutto ciò è all’origine di atteggiamenti deviati e fonte

di disagio esistenziale per i giovani che si affacciano

alla vita. L’ambiente familiare è determinante per

contrastare questi pericoli.

È indispensabile che i genitori trascorrano più

tempo con i fi gli in modo da costruire un rapporto

basato sul piano della fi ducia reciproca».

 

Lama si alzò di scatto e si incamminò verso il bar

interno allo stabilimento.

Purtroppo però, nel suo cammino, incrociò altre

madri e questo eccitava il suo astio, in un crescendo continuo.

Pessima idea quella di poter risolvere

il suo problema cercando di allontanare quell’odio

recandosi negli stabilimenti balneari. Aveva sperato

che, affrontando di petto le sue incertezze, sarebbe

riuscito a muoversi verso una via di guarigione. Si

avvicinò al bancone del bar e ordinò al ragazzo una

camomilla.

 

Il giovane spalancò gli occhi per quella richiesta

inusuale, ma poi eseguì l’ordine.

 

Si fece dare dal ragazzo mezzo limone che spremette

nella tazza piena di camomilla fumante. Mentre

stava sorseggiando la bevanda si affi ancò Daria

che, rivolgendosi al barista, disse: ‹‹Per cortesia mi

prepara due caffè da portare via più uno al banco…

torno subito, vado un attimo alla toilette!››.

‹‹Va bene!›› esclamò il ragazzo.

Lama smise di bere la camomilla e, come ipnotizzato,

seguì Daria nei locali dei bagni.

Entrò, la luce era spenta e in quel buio un grido

straziante echeggiò nel piccolo locale.

Due mani, intrise di sangue, sfiorarono il volto di

Lama e strinsero i suoi gomiti.

 

La stretta con il passare di qualche secondo divenne

debole sino a svanire, poi un tonfo sordo.

Quando Lama diede luce al locale, Daria era distesa

ai suoi piedi ormai priva di vita. Si guardò allo specchio

fissando quegli occhi sgranati e intrisi di odio.

Il respiro dapprima affannoso si placò lentamente.

Si lavò le mani asportando il sangue della ragazza

dalle sue dita e dai gomiti. Si sistemò i capelli con

le mani, poi uscì dai locali e lentamente percorse

il grande salone dello stabilimento balneare come

un automa, incapace di capire e pensare. Raggiunse

la cabina dove aveva lasciato una piccolo zaino, lo

prese e andò via guadagnando l’uscita.

 

Salì sull’auto parcheggiata poco distante, accese

la radio sintonizzandola su una stazione in cui trasmettevano

musica classica e, per incanto, l’eccitazione

che lo aveva posseduto lentamente si dissipò.

Intanto sulla spiaggia le amiche di Daria, all’oscuro

dell’accaduto, si stavano spazientendo per il ritardo

della ragazza.

‹‹Starà chiacchierando con qualche ragazzo… vedrai!››

commentò Francesca rivolgendosi a Fabiola.

‹‹No! Non credo, forse ci sarà folla al bar››.

‹‹Speriamo che sia così››.

‹‹Aspettiamo altri cinque minuti, poi le andiamo

incontro››.

 

‹‹Ok. Aspetteremo ancora un po’›› concluse Francesca.

 

Passarono altri dieci minuti e di Daria nessuna

traccia. Le due ragazze sbuffando si alzarono e si

diressero verso il bar.

All’ingresso del locale c’era una grande confusione,

grida di donna provenivano dall’interno del

salone, mentre alcuni bagnini facevano uscire la folla

fuori dal grande locale. Sirene di auto delle forze

dell’ordine, sempre più forti, provenivano dalla strada,

terminando solo all’ingresso dello stabilimento.

Dopo circa tre minuti un nutrito gruppo di carabinieri

prendeva possesso di tutto lo stabilimento.

L’uscita venne piantonata come tutti gli spazi dello

stabilimento. Fabiola e Francesca capirono che era

successo qualcosa di grave e facendosi spazio tra la

folla arrivarono all’ingresso del bar. Qui chiesero ai

due carabinieri, che stavano piantonando l’ingresso

del bar, notizie della loro amica.

‹‹Cerchiamo una nostra amica, di nome Daria,

che era venuta a prendere dei caffè… dov’è? Cosa

è successo?›› domandò Fabiola. I due carabinieri si

guardarono negli occhi, poi uno di loro disse: ‹‹Se

conoscevate la ragazza che ha ordinato alcuni caffè

al bar, per cortesia, seguitemi››.

 

Il carabiniere prese per mano le due ragazze e le

accompagnò in un angolo del locale dove un ufficia-

le stava parlando con il ragazzo del bar.

‹‹Comandante queste due ragazze conoscono la

vi…››

Il milite venne interrotto con un cenno di mano

dal suo superiore.

‹‹Prego, avvicinatevi›› disse l’ufficiale alle due ragazze

facendo cenno con le mani.

‹‹Dov’è la nostra amica?›› domandarono quasi

contemporaneamente le ragazze.

 

‹‹La vostra amica ha avuto un grave incidente;

dovete essere forti e…›› venne interrotto da Francesca

che domandò: ‹‹Quale grave incidente può capitarle

in un bar?››.

‹‹Cosa è successo?›› incalzò Fabiola.

‹‹Vi ripeto, dovete essere forti e pronte a qualsiasi

evenienza›› continuò dopo aver fatto cenno ad una

sottotenente psicologa di avvicinarsi.

‹‹La vostra amica è stata aggredita nella toilette e

purtroppo non ce l’ha fatta››.

Fabiola e Francesca si guardarono e scoppiarono

a piangere, mentre la donna in divisa le abbracciava

cercando di calmarle.

Le due ragazze si staccarono dal carabiniere e fecero

uno scatto per andare verso i locali dei bagni,

ma furono bloccate da altri militi che dovettero usare

maniere energiche per fermarle.

Il capitano diede ordini di scortarle in caserma e

di dare tutto il sostegno possibile alle povere ragazze.

Le giovani furono accompagnate dalla sottotenente

psicologa e da due carabinieri sino al comando.

 

Qui furono prima fatte calmare e poi interrogate

sull’identità della vittima.

 

Intanto allo stabilimento incominciavano a giungere

giornalisti di varie testate che si sommarono alla

folla di curiosi che stazionava fuori dal lido. Anche

alcuni parenti della vittima erano giunti sul luogo: i

genitori, il fratello ed altri conoscenti che gridavano:

‹‹Dovete prenderlo! Vogliamo giustizia! Maledetto!

Lo dovete consegnare a noi!››.

Richieste di giustizia e di vendetta mischiate a

urla di dolore.

Intanto gli specialisti della scientifica erano intenti

a prelevare impronte e tracce organiche nei locali

dei bagni. Un lavoro, considerata la particolarità

del luogo, che li avrebbe tenuti impegnati per diversi

giorni.

 

Il corpo della ragazza era disteso su un fianco

e dalle mammelle, mutilate dei capezzoli, fuoriuscivano

gocce di sangue che alimentavano un piccolo

lago rosso sul pavimento. A poca distanza la parte

superiore del bikini, non più bianco, strappato e i

capezzoli recisi, forse con un taglierino. Un opera-

tore della scientifica raccolse i capezzoli e li mise

in una bustina e mentre compiva quella operazione

imprecava: ‹‹Bastardo! Pezzo di merda!››.

Altri militi fecero uscire a piccoli gruppi i bagnanti

che, dopo aver fornito le proprie generalità,

potettero finalmente lasciare il lido.

 

CONTINUA… Pagine 181. Ediz. Kimerik 2009

PULCINELLA SI RISVEGLIA – Commedia

gennaio 5, 2012 in Commedia, Pubblicazioni

 
COMMEDIA ATTO UNICO IN FASE DI AMPLIAMENTO.
 
 

JOHN SMITH-Il segreto della roccia di Manitu

novembre 16, 2011 in Fantasy

Dopo aver affrontato con “Mare Nostrum. Libertà violata” per l’edizione Kimerik, dedicato ad un grande tema sociale – il rapimento di giovani donne e bambini per sordidi fini sessuali da parte di uomini senza scrupoli e “La Terza Impronta. Operazione Bilancia” per ledizione Kimerik, altra tematicha che ritengo prioritaria, come l’ascolto di tutte quelle persone che soffrono per la perdita di un loro familiare e vedono impuniti o non condannati ad una giusta pena gli efferati protagonisti dei crimini.

Con questo mio terzo libro “ John Smith. Il segreto della roccia di Manitu”, dedicato ai ragazzi e non solo e che sembra essere una mia fuga dalla dura realtà quotidiana ha, in effetti, un filo conduttore con i miei precedenti lavori. La libertà, un bene, un valore prezioso a cui l’uomo non può e non deve mai rinunciare. Liberi, senza restrizioni se non quelle di
sottostare alle leggi della natura e al rispetto per il prossimo. La libertà è la facoltà dell’uomo di operare e di agire secondo le proprie scelte, di pensare in piena autonomia e di professare qualsiasi religione. Una meta spirituale che ogni uomo deve raggiungere. Questa storia fantastica vuole essere di stimolo ai ragazzi e non solo a ricercare quella libertà positiva abbandonando quella negativa, troppo spesso perseguita dai giovani di oggi. Lottare sempre, ogni istante, per essa preserverà le future generazioni dai quei piccoli e grandi dittatori che, ancora oggi, opprimono milioni di persone negando loro quello stato di libertà ricevuto, dalla natura, al momento della nascita.

John Betty, due cugini americani, vivranno una fantastica avventura,
ma dovranno lottare contro i poteri della regina Euristea.

John SMITH
Il segreto della roccia di Manitu
Di Giulio Buonanno – Aletti Editore

http://www.buonannogiulio.it – g.bona@libero.it

Capitolo I (INIZIO)
CAPITOLO I
Quella domenica si presentò bellissima già dalle prime ore del mattino. Il cielo era di un solo colore: azzurro ovunque si indirizzasse lo sguardo e la piantagione di grano sembrava un mare dorato dalle quiete acque, per la quasi mancanza di vento. John Smith e Betty Kenned, entrambi nati a New York, si rincorrevano in quel mare fatto di spighe di grano alle porte dell’antica Roma. Cugini, figli di due sorelle sposate a due americani, stavano trascorrendo un periodo di vacanza dai nonni Italiani. Per i due ragazzi, abituati a confrontarsi con i grattacieli della grande metropoli americana, la possibilità di rincorrersi all’aperto, a contatto con la natura, li eccitava tantissimo.
‹‹Fermati!›› urlava John.
‹‹Fossi matta!›› rispondeva Betty.
Il ragazzo, meno agile della cugina, faticava non poco a starle dietro e d’altronde Betty era determinata a non farsi prendere. Da tre giorni quello era il loro gioco preferito che iniziava da quando, terminato di fare colazione, scendevano i cinque gradini antistanti la cucina della casa colonica sorta come tante altre a sud di Roma, durante la bonifica della palude Pontina degli anni quaranta. La più lesta a scattare era Betty: una ragazzina finta magra, un visino tondo e lentigginoso, capelli color rame a caschetto e occhi verde chiaro. John, invece, era grassottello con occhi e capelli neri.
‹‹Tornate in orario! Ricordatevi che pranziamo all’una!›› esclamò nonna Rita, mentre vedeva i due ragazzi addentrarsi nella piantagione e come se avesse avvertito un presentimento, aggiunse poi, prima che scomparissero tra le spighe di grano :
‹‹Non vi allontanate giocate qui!››.
Ma quell’ultima raccomandazione non fu ascoltata dai ragazzi che si inoltrarono in quel mare fonte di vita per tutte le popolazioni sin dai tempi antichi.
‹‹Dove sei Betty? Non ti vedo!››.
‹‹Trovami se ne sei capace!›› esclamò Betty che appiattita per terra, strisciava in cerchio a pochi metri dal cugino.
‹‹Dove ti sei cacciata?›› domandava John, guardandosi intorno e mettendosi la mano sulla fronte quanto incrociava il sole. Poi si ritrovarono talmente vicini che Betty, sollevò il ragazzo per una gamba facendolo ruzzolare per terra e subito dopo si mise a correre nuovamente inseguita dal cugino.
‹‹Se ti prendo sono cavoli tuoi!››.
Betty rideva e correva come se avesse le ali ai piedi. Quel gioco continuò sino a quando giunsero al limite di quel campo di grano. Betty si fermò incantata dalla visione di un antico castello che si ergeva su un lato del confine di quella piantagione. John ne approfittò per placcare la cugina e vendicarsi delle prese in giro subite.
‹‹Beccata!›› esclamò il ragazzo, mentre seduto sulla pancia di Betty le intimava di chiedere perdono.
La ragazza esitò per qualche minuto, ma poi dovette soccombere e disse: ‹‹Va bene ti chiedo perdono, ma ora lasciami››.
I due ragazzi si rialzarono e stipularono una tregua poi, attratti da quel maniero, si avvicinarono alla costruzione. Da dove provenivano, non avevano mai visto un castello e quella visione li incuriosiva terribilmente. Avevano letto e studiato avvenimenti di antichi cavalieri, principesse, re e regine che avevano abitato queste costruzioni, ma mai erano stati così vicini tanto da poter toccare le mura di un castello.
‹‹Non sarà mica abitato dai fantasmi?›› sussurrò Betty mentre si teneva alla cintura di John.
‹‹Ma che dici! Mica mi vorrai spaventare? Guarda che non credo ai fantasmi… Non mi fai paura!››.
‹‹Non voglio mica farti paura… La verità è che sono io ad avere paura››.
‹‹Non dirai mica sul serio? Siamo in pieno giorno e i fantasmi, ammesso che esistano, escono fuori solo di notte››.
‹‹Sarà come dici tu, ma io ho sempre paura. Devi sapere che durante la festa di Halloween evito di andare in giro, è più forte di me››.
‹‹Non preoccuparti, daremo solo un’occhiata›› la rassicurò John.
I due undicenni entrarono nel perimetro del castello che per metà era circondato da impalcature, a causa di urgenti lavori di restauro. La curiosità li spinse ad entrare nella costruzione approfittando di un foro lasciato libero da una tavola di legno rotta. Appena dentro, dovettero aspettare qualche minuto per abituare gli occhi a quel ambiente immerso quasi totalmente nel buio. La luce filtrava solo da quel foro e illuminava solo l’area circostante. Lentamente incominciarono
a muoversi in quel luogo: un grande locale alto e polveroso. Quando giunsero nella parte più buia, Betty urtò un tavolino e
l’urto causò la caduta di un vaso che si ruppe. Il rumore amplificato dall’eco, fece spaventare una piccola colonia di pipistrelli annidata all’interno che spiccarono il volo spaventando i due ragazzi che si stesero per terra proteggendosi la testa con le mani. Alcuni pipistrelli si posarono sulla testa di Betty e incominciarono a battere le ali sui capelli come se volessero punirla per averli disturbati. Betty gridando a squarciagola, incominciò a correre inseguita dai due pipistrelli e da John che gridava: ‹‹Fermati! Fermati! Ti aiuto io a scacciarli››.
Betty, sempre inseguita dai pipistrelli, con gli occhi sbarrati, correva alla cieca senza dare retta al consiglio di John e si inoltrò lungo un corridoio poi in una stanza ed in un’altra ancora, sino a quando entrò in un piccolo ambiente senza nessuna porta.
La ragazzina dovette fermarsi e con le spalle ad una parete, incominciò a saltellare agitando le mani per scacciare i due volatili che non desistevano. Quel saltellare e battere i piedi per terra, fece cedere il pavimento di legno proprio sotto i suoi piedi. Betty si ritrovò in una stanza sotterranea, distesa per terra e senza sensi.
‹‹Betty! Betty! Dove sei?›› urlava John che si muoveva a tentoni nell’oscurità di quei locali.
Chiamò e richiamò sua cugina per diverso tempo, ma senza ottenere risposta. John non poteva sapere che Betty era svenuta e continuò a girovagare per altri dieci minuti sino a quando un lamento proveniente dal lato opposto a dove si trovava, attirò la sua attenzione.
‹‹Betty sei tu? Dove sei?››.
‹‹Sono qui! Sono caduta in basso, credo di avere una caviglia slogata››.
‹‹Continua a parlare!›› suggerì John, mentre cercava di individuare il posto dove era caduta Betty.
La ragazzina, spaventata e dolorante, seguì il suggerimento di John e a voce condusse il cugino nel locale sopra di lei.
‹‹Ti vedo! Ora vado a procurarmi una cord…›› John non terminò di finire la frase che anche lui cadde per il cedimento di un’altra asse del pavimento. Betty fece giusto in tempo ad evitare che John le cadesse addosso. L’urto non causò danni fisici a John che si rimise subito in piedi.
‹‹Cavolo! Ora siamo davvero nei guai›› disse il ragazzo, mentre si toglieva la polvere dalla camicia e dai pantaloni.
‹‹Ora come faremo ad uscire?›› domandò singhiozzando Betty.
‹‹Fammi pensare! Ci sarà un modo per uscirne fuori, basta ragionare e vedrai che ce la faremo››.
‹‹Stiamo nei sotterranei ed è buio pesto chi vuoi che ci veda e ci senta?›› si interrogava Betty, mentre si massaggiava la caviglia slogata.

CONTINUA….

Pagine: 180 Euro 16.00
USBN: 978-88-6498-144-4

SATIRA- IO RITORNERO’

ottobre 17, 2011 in Satira

SATIRA:  IO RITORNERO’

Il mondo della politica e gli uomini eletti dal popolo, preposti a svolgere quelle funzioni che sono alla base di ogni democrazia, sono una fonte inesauribile d’ispirazione per chi, come me, decide di fare satira.

La fine della XVI legislatura avvenuta senza una palese sfiducia e con un Presidente del Consiglio Dei Ministri ancora in carica, fa sorgere dei dubbi di legittimità per il proseguo della stessa legislatura senza quel passaggio fondamentale che è il giudizio popolare. Il popolo è sovrano e senza l’appoggio del suo voto, nessun governo, anche quello più autorevole, può ritenersi rappresentativo della volontà popolare. In un periodo di crisi mondiale, crisi partita da lontano e che si è propagata in tutto l’occidente, i politici italiani, dall’estrema destra all’estrema sinistra, con la loro litigiosità, hanno contribuito alla stagnazione della crescita economica in Italia senza porre rimedi . Quello che prima non si poteva approvare in armonia, ora, con l’uscita di scena di Berlusconi si può approvare.

Un comportamento che mette in evidenza i limiti della classe politica attuale.Tutti contro tutti perdendo di vista quei valori dei padri fondatori della Repubblica Italiana. L’Europa, da parte sua, senza un governo politico centrale ha pensato bene di temporeggiare facendo precipitare la situazione.

Questa storia vuole dare una motivazione, seppure fantasiosa, all’uscita di scena del Cavaliere che, seppure demonizzato da più parti, è l’unico Presidente del Consiglio che si è dimesso non sfiduciato e ancora in carica.

               

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Beppe il violinista – Racconto breve

settembre 27, 2011 in Racconti

Beppe Il violinista  © Proprietà letteraria riservata.

 Quel tardo pomeriggio d’estate di tanti anni fa, come accadeva ormai da circa una settimana, ero stato dolcemente svegliato dal suono del violino di Beppe. Beppe era un bambino prodigio che, suonando ogni giorno il suo strumento, irritava la maggioranza dei condomini che si dedicava al rito del pisolino pomeridiano.

«Ecco! Ci siamo! Basta! Falla finita!»

Quelle e altre imprecazioni echeggiavano in quel condominio, sorto durante gli anni Cinquanta a ridosso della collina del Vomero, nella città di Napoli. Beppe, imperterrito, in piedi sul piccolo terrazzino all’ultimo piano dove abitava, eseguiva con il suo violino brani sconosciuti per la maggior parte degli spettatori.

Quelle melodie interrompevano le ore del riposino, sacre per molti napoletani e non solo. A una a una le “vittime” di Beppe uscirono sui balconi e cercarono di farlo desistere dal continuare quel concerto appena iniziato. Erano coloro che allungavano quel pisolino sino all’ora che anticipava il tramonto. Tutto era inutile. Il piccolo uomo, concentrato nell’esecuzione dei brani, non si curava di nessuno. Assorto in un mondo tutto personale, offriva a quella platea le sue improvvisazioni.

I ragazzini che riempivano la piazza ancora sterrata che separava le palazzine di quel parco, smisero di giocare e volsero lo sguardo verso Beppe. I piccoli monelli non si rincorrevano più, non urlavano e non litigavano per il possesso  della “mazza” e del “pizzo”. “Il gioco della mazza e del pizzo”, molto diffuso anni fa, veniva eseguito con due pezzi di legno; uno lungo circa cinquanta centimetri (“la mazza”) e uno più piccolo lungo circa dieci centimetri (“il pizzo”). Ora, però, gli occhi e le orecchie erano tutti per Beppe il violinista.

Come sempre, dopo dieci minuti nessuno imprecava più e tutti godevano di quelle melodie. La signora Maria si affrettò a ritirare i panni stesi; poi, poggiata con i gomiti sull’inferriata, si concentrò nell’ascolto e ritmava, ancheggiando i fianchi, la melodia che in quel momento veniva eseguita. Come lei, altre signore, si concessero una tregua e si sedettero fuori sui balconi.

Anche le rondini, che sino a poco tempo prima stridevano mentre disegnavano nello spazio di cielo sopra il condominio innumerevoli traiettorie, si zittirono. Quella melodia lanciata nell’aria, come per una magia, le aveva acquietate. Il vecchio Gennaro, in canottiera e pantaloncini, si accomodò sulla sua sedia sdraio e aveva acceso la pipa.

Dondolandosi lievemente, emetteva dalla bocca, ogni tanto “segnali di fumo”. Piccole nuvolette che, in simbiosi con le note rilasciate dalle corde del piccolo strumento musicale, salivano in alto; le prime spinte dalle onde sonore e queste ultime da piccole raffiche di vento.

Le piccole nubi di fumo sembravano voler copiare le note con il continuo vorticare nell’aria, ma quei “segnali di fumo” trasmettevano semplicemente un messaggio di serenità e di felicità di cui, in quel momento, ne godeva il vecchio Gennaro. Beppe, ritenuto il rompiscatole del parco, stava ancora una volta incantando tutti.

Suonare per lui era una missione e una ragione di vita e i suoi capricci sembravano svanire quando prendeva tra le mani il violino.

Don Adamo e don Matteo, due guardie di frontiera con le loro divise adornate dalle fibbie che contenevano la pistola, si erano incontrate al centro del parco per recarsi assieme al turno di notte al porto di Napoli. Mentre percorrevano il breve tratto in discesa, che li conduceva fuori dal parco e poi alla fermata del bus, avevano imprecato: «Mannaggia a morte! Proprio stasera che Beppe è ispirato, siamo di turno. Siamo sfortunati, questa è la verità. Perbacco!»

Poi don Matteo aggiunse: «Don Adamo, sentiamo almeno il primo brano, il bus passa tra dieci minuti».

«D’accordo, ma mettiamoci vicino alla guardiola del custode, così possiamo vedere quando arriva l’autobus!».

Antonio, il custode, uscì dalla sua guardiola e dopo aver salutato i due poliziotti, andò a sedersi assieme ai ragazzini. Seduto al centro di quel gruppo di bricconcelli, incominciò a battere le mani per accompagnare il ritmo musicale con le mani. Nemico giurato dei ragazzi del parco, ora stava in mezzo a loro e li incitava ad assecondare quel suono con una piccola ola. Una fila di quattro gradini trasformata in una gradinata di uno stadio della musica.

La vecchia Nunzia, curva sulla schiena e poggiata sul suo bastone, si era fermata in mezzo al parco e con un grande sforzo alzò lo sguardo ed esclamò: «Beppe, sei bravo!»; poi si avvicinò al piccolo muretto alle sue spalle e si accomodò. Ora agitava il bastone e, come una direttrice d’orchestra, sembrava accompagnare ritmi e tempi di quel concerto. Enzo, il cieco, poteva ascoltare cose che gli altri non percepivano. Quella musica apriva, ogni volta, un varco nella sua vita fatta di ombre.

 La mente, cullata dalla vibrante melodia del violino di Beppe, lo trasportava oltre quel condominio, fuori da quel quartiere, proiettandolo in spazi sconfinati, in campi vestiti a festa. Poteva viaggiare liberamente e senza l’aiuto di nessuno, sentendosi così uguale agli altri. Le guance di Enzo, gonfiate da un continuo accenno al sorriso, mostravano la sua beatitudine alle visioni che la musica gli procurava. Cinzia e il suo fidanzato Gaetano smisero di litigare e, tenendosi per mano, si erano posizionati sul balcone, sedendosi accanto alla mamma di Cinzia, donna Matilde. Cullati dalle note, avvicinarono prima le loro teste e poi i loro cuori. Ora si stringevano ai fianchi e donna Matilde ne era felice. La donna si mise sulle gambe il cestino pieno di pomodori che una parente le aveva regalato e, mentre ascoltava il motivo musicale in esecuzione, si era messa a separare quelli adatti per l’insalata dai più maturi.

Il piccolo Pasqualino, che fino a qualche minuto prima, singhiozzando, strattonava la gonna della sorella pretendendo di giocare con la sua bambola, a quell’atmosfera sonora, lentamente, si acquietò. Pasqualino incastrò la testa tra le sbarre della ringhiera e, succhiando avidamente il ciucciotto, ruotava continuamente gli occhi alla ricerca dell’origine di quella melodia.

Rocky, dopo aver lanciato un ululato all’indirizzo del gruppo di ragazzi che continuavano a fare la ola, era andato a sistemarsi sotto l’unica pianta di quella piazza sterrata, seguito dalla sua compagna Lola. Il barboncino di Ettore, che si chiamava Achille, dal quinto piano della palazzina, abitata prevalentemente da dipendenti della Polizia, aveva smesso di abbaiare sia contro Rocky e Lola, che contro gli altri tre cani che risiedevano in quegli stabili. La continua battaglia, ingaggiata tra i cani di quelle palazzine, incitati da Achille contro Rocky e Lola iniziava al tramonto.

La totale libertà di quella coppia di cani, che si muovevano nel parco, spesso anche coccolati dai ragazzi, irritava gli altri cani che, appena li vedevano, cominciavano ad abbaiare. Quella sera, invece, era accaduto l’incredibile:  per la prima volta, tutte le bestiole firmarono una tregua suggerita e offerta dalla soavità della musica di Beppe. Il grande cortile non ancora ultimato, simile più a una piazza in fase di allestimento, era attraversato da viali in sampietrini che conducevano agli undici portoni delle palazzine del condominio.

Ormai era da circa un’ora che Beppe faceva vibrare le corde del violino e le prime ombre fecero capolino nel centro di quel cortile. Con il trascorrere del tempo apparvero le prime stelle e poi la luna. L’atmosfera era divenne magica.

Anche Assunta, stella tra le stelle, si sedette fuori sul balcone per ascoltare Beppe. Assunta era una bella ragazza molto ammirata dai giovanotti che abitavano in quel parco. Quella sera, però, era praticamente ignorata: nessuno le volgeva lo sguardo.

Pasqualino, dopo aver bevuto l’intero contenuto del biberon pieno di latte, si era seduto in braccio alla mamma e, cullato dall’armonia delle note, si era addormentato. Enzo, intanto, aveva spalancato anche l’altra anta della finestra dell’appartamento al piano terra per fare spazio alla sorella Sara che, appena tornata dal lavoro, non aveva perso tempo e con un vassoio tra le mani con sopra due bicchieri di granita al limone fatta in casa, si presentò alla finestra accomodandosi a fianco al fratello.

Sara era una donna molto robusta che viveva da sola con il fratello Enzo nell’appartamento lasciato in eredità dai genitori. Lavorava in una piccola fabbrica di camice e l’amore per il fratello era più grande del suo desiderio di sposarsi. Di anno in anno rimandava il matrimonio, fatto che faceva arrabbiare Enzo e che era motivo di lunghe discussioni tra i due.

«Sorella cara, ti devi sposare quest’anno!» esclamò a un certo punto Enzo, in un momento di pausa di Beppe.

«Va bene! Poi ci penso» rispose Sara.

Risposta uguale, detta e ridetta negli ultimi anni. Il fratello stava per parlare nuovamente, ma fu zittito dalla sorella: «Enzo, adesso stai buono che Beppe ha ripreso a suonare. Bevi la granita! Parleremo più tardi»; troncò così la discussione appena iniziata.

Enzo aveva scosso la testa più volte, portò il bicchiere alla bocca e sorseggiò la granita. Intanto Beppe aveva ripreso a suonare, dopo essersi asciugato il collo dal sudore e bevuto un bicchiere d’acqua. Ora, le persone presenti in quel “teatro” della musica incominciavano a confondersi con le ombre della notte. A uno a uno i locali che si affacciavano sul cortile s’illuminarono e i fasci di luce colorarono il grande cortile.

Beppe e il suo violino erano illuminati da una piccola lampadina posta al lato opposto del balcone dal punto del terrazzo  dove suonava. Quando agitava l’archetto e si muoveva, perché il ritmo lo richiedeva, entrava in un cono d’ombra, scomparendo alla vista dei presenti. Il ritmo del brano in esecuzione era divenne frenetico e le stelle vollero partecipare in massa. Presero il sopravvento sulla luna che, mestamente, si defilò, lasciando il campo libero. Come tanti strumenti musicali, disseminati sulla volta celeste visibile dai palazzi del condominio,  le stelle accompagnarono con il loro scintillio gli ultimi brani eseguiti da Beppe.

Molto richiesti erano alcuni brani del grande musicista italiano Paganini, che il piccolo Beppe eseguiva con eccezionale bravura. Mente e corpo, fusi con l’archetto e il violino, producevano un suono celestiale e incantava gli abitanti di quei palazzi. Spettatori privilegiati che dai balconi, dalle finestre e dal cortile, trasformatosi in platea, potevano godere di quella

magia della musica che aveva incantato e continuava a incantare milioni di esseri umani nel mondo.

Come tutte le cose belle, anche quella serata stava per finire.

Il profumo di una parmigiana di melanzane in avanzata cottura, che filtrava da sotto la tapparella abbassata del piano sotto a quello dove Beppe stava suonando, arrivò proprio sotto il  naso di Beppe e ruppe l’incantesimo.

Il braccio vacillò, l’archetto vacillò, causando una stonatura che scosse Beppe. In piedi da circa tre ore, non resse a quel profumo e si avviò a concludere l’ultima melodia (che era del musicista Paplo  de Sarasate), sedendosi sulla sedia. Il braccio era divenne nervoso così l’archetto, muovendosi con più frenesia sulle corde del violino, diede più intensità emotiva al brano.

Alla conclusione di quel brano, un lungo applauso spontaneo partì dai diversi “settori” di quel teatro all’aperto. Beppe, da vero professionista, si inchinò ripetutamente, volgendo lo sguardo in ogni settore degli spettatori, onorando gli applausi appena ricevuti.

L’ululato dei cani accompagnò  l’applauso nei minuti successivi, come se volessero manifestare il loro gradimento per quel concerto di solo violino appena terminato. Il vecchio Gennaro, svogliatamente, si rimise in piedi dopo aver svuotato il tabacco bruciato dalla pipa in un vaso di fiori.

«Ma quanto è bravo! Ma quanto è bravo!» esclamò, mentre rientrava in casa strisciando le pantofole sulle mattonelle del balconcino.

I ragazzini e il custode abbandonarono la piccola gradinata.

Antonio, canticchiando una canzone napoletana, si diresse verso il gabbiotto, chiuse le ante dell’unica finestra e la porta principale, mise la chiave nella serratura girandole più volte; poi si diresse verso il suo appartamento, sito al piano terra del palazzo adiacente al gabbiotto.

I ragazzini abbandonarono la fila di gradini e ripreso a giocare rincorrendosi tra i viali del parco. Le loro urla, che facevano imbestialire Antonio, erano echeggiarono nuovamente tra gli stabili.

Ogni tanto, a quelle urla, si sovrapponeva la voce di una madre che chiamava il proprio figlio: «Nicolaaa! È tardi! Vieni sopra!».

Oppure: «Giuseppeee! La cena si raffredda››.

Questi e altri richiami simili si sentivano nel parco quando l’ora aveva superato il rito della cena.

La vecchia Nunzia non dirigeva più l’orchestra con il suo bastone ma, mentre si avviava verso casa, lo alzava verso questo o quel ragazzino ricordando: «Ma non l’hai sentita tua madre che ti chiama?».

I ragazzi  indispettiti, facendo boccacce risposero: «No, no l’ho sentita!».

Nunzia. Agitando il bastone esclamò: «Ragazzacci! Siete dei ragazzacci e basta».

Il gruppo di monelli accerchiò Nunzia e girando in tondo, facendo attenzione al bastone, cantarono in coro: «Quanto è bella nonna Nunzia, quanto rompe nonna Nunzia!».

Ritornello ripetuto più volte, sino a quando Gaetano urlò da balcone: «Ora scendo io e vi faccio vedere chi rompe! ».

A quell’intimazione  i ragazzini sciolsero il cerchio e osservarono Gaetano che veniva tirato con un braccio da Cinzia. I ragazzini si guardarono negli occhi e fecero, tutti assieme, una pernacchia rivolta all’indirizzo di Gaetano. Subito dopo si dileguarono. Gaetano imbestialito per quell’affronto fatto pubblicamente, voleva scendere a tutti i costi, ma venne trattenuto energicamente dalla fidanzata prima e dalla futura suocera.

Mentre nonna Nunzia si allontanava,invitò Gaetano a non prendersela, a lasciar stare la questione e disse: «Sono piccoli, lo fanno per giocare e per passare il tempo. Gaetano buonanotte!».

Nunzia, lentamente e barcollando sulle gambe, si allontanò da quell’angolo di cortile, scomparendo nell’ombra di quel viale che la conduceva a casa. Rocky e Lola, agitando le code, si avviarono nella loro tana, scavata in un angolo di quel cortile sterrato.

Ad aspettarli c’era Achille, con il suo padrone Ettore. Il barboncino incominciò a ringhiare alla vista del suo nemico Rocky. Lola, invece, gli si era avvicinata e, girandogli intorno, cercò di calmarlo. Achille non cedette alle lusinghe di Lola e con uno scatto si avventò su Rocky. La lotta tra le due bestiole fece da richiamo per gli altri cani del condominio, che si precipitarono fuori sui terrazzini. Ora il frastuono nel parco aveva raggiunto il massimo livello.

Urla di ragazzini, abbaiare di cani, madri che gridavano, ritmi di canzoni che si sovrapponevano e il rumore di un aeroplano che in quel momento attraversava lo spazio aereo sul condominio, si erano fusi in un unico, assordante rumore.

Solo Enzo, che era rimasto ancora appoggiato con i gomiti sulla ringhiera, era assorto. Sembrava sentisse nell’aria ancora l’eco della musica di Beppe, riuscendo così a scinderla dalle onde sonore generate dalla confusione ormai regnante nel parco. Solo la voce della sorella che l’invitò in cucina per consumare la cena lo destò da quel dolce torpore, in cui le melodie eseguite da Beppe l’avevano relegato.

L’intervento di Ettore  disinnescò la miccia che aveva acceso l’abbaiare dei cani, che lentamente si zittirono. Prese tra le braccia il barboncino e si avviò verso casa, rimproverandolo per quel suo comportamento aggressivo.

Achille, nonostante venisse amorevolmente carezzato dal padrone, mostrava ancora i denti, testimoniando così la sua avversione per Rocky. Proprio in quel momento, una forte  raffica di vento, avanguardia di un forte vento di scirocco che da lì a poco si sarebbe scatenato, alzò un nuvolone di polvere dal cortile che costrinse gli ultimi ritardatari a rientrare a casa. Ora le voci erano smorzate dalle finestre chiuse, il sibilo del vento aveva preso il sopravvento e sovrastato qualsiasi rumore.

Nascosta da una nuvola di polvere, che si era formata tra i palazzi, Assunta sui suoi tacchi a spillo sfidava il tratto di viale in discesa che la conduceva verso l’uscita del parco. Dove andasse ogni sera nessuno lo sapeva. Supposizioni maliziose le avevano dato la fama di mangiatrice di uomini o, peggio, di ragazza di strada. A volte però l’apparenza ingannava. Si scoprì, in seguito, che si recava ogni sera in un locale notturno, non per un vizio personale o, peggio, per vendersi, ma semplicemente per lavorare. Impiegata sia al guardaroba di quel locale che in altre mansioni, contribuiva con il suo piccolo stipendio a sopperire alle necessità della famiglia.

Durante il giorno, confezionava in casa mazzetti di fiorellini usati nei matrimoni per decorare le bomboniere e la sera aveva quel secondo lavoro. Tutto questo lo faceva in silenzio e senza clamori alimentando, involontariamente, il chiacchiericcio su di lei.

Molti abitanti di quel condominio portano ancora il rimorso per aver giudicato quella ragazza che, in silenzio, si prodigava per aiutare economicamente e moralmente il padre malato.

Assunta uscì dal parco accompagnata dagli occhi delle comari che, nascoste dietro alle tende, la sbirciavano invidiando la bellezza e le movenze di quella giovane donna. Quando Assunta scomparve dalla vista delle donne, era già tardi. Il rumore delle tapparelle che si abbassavano segnò l’inizio della notte.

A poco a poco le luci si spensero e il cortile restò illuminato solo dalla luce proveniente da un lampioncino posto al centro del piazzale. Poca luce, ma sufficiente a distinguere l’incrocio dei viali che conducevano ai singoli palazzi. Il sibilo del vento, a poco a poco, si placò. Capì che era giunta l’ora di dormire; così, lentamente, si zittì.

 

 

Sintesi – L’arte di Giulio Bonà

settembre 26, 2011 in Media

Amare

settembre 24, 2011 in Aforismi

Amare:

Coricarsi con la terra.

Condividere il suo calore

sino a raggiungere,

il calore dell’amore.

 

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